(Software Pirata)Sentenza Cassazione n°23365/2016 sez.3 penale

Penale Sent. Sez. 3 Num. 23365 Anno 2016 Cassazione
Presidente: (omissis)
Relatore: (omissis)
Data Udienza: 26/01/2016

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avverso la sentenza del 01/04/2014 della Corte di Appello di Salerno
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere (omissis);
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale (omissis), che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 21 dicembre 2011 il Tribunale di Salerno, in
composizione monocratica, condannava (omissis) alla pena di mesi
sei di reclusione ed euro 2.000,00 di multa, condizionalmente sospesa, per il reato
di cui all’art. 171 bis I. 22 aprile 1941, n. 633, per avere, in qualità di legale
rappresentante della (omissis), detenuto, all’interno di
un personal computer aziendale, a fini di profitto, programmi per elaboratore
privi di licenza d’uso e la copia di un compendio di istituzioni di diritto privato.
Con sentenza del 1 aprile 2014 la Corte di Appello di Salerno confermava la
sentenza di primo grado.

2. Avverso tale provvedimento il difensore dell’imputato, (omissis),
ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi di ricorso.
Con un primo ordine di motivi deduce il vizio di violazione di legge
sostanziale e di omessa motivazione ex art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen.:
lamenta che l’affermazione di responsabilità sarebbe per una ipotesi di “abusiva
duplicazione”, nonostante la formale contestazione di “detenzione”, e che manca
qualsiasi prova dello scopo commerciale della detenzione dei programmi, atteso
che l’attività imprenditoriale dell’imputato concerne la fotocopiatura,  ed il
personal computer sul quale sono stati rinvenuti i programmi era spento al
momento del controllo; nonostante fosse ubicato all’interno dell’azienda, il PC
era destinato ad uso personale; manca altresì la prova, in assenza di perizia, di
una riproduzione completa dei programmi, e non già parziale (e perciò gratuita),
e di una funzionalità degli stessi, in considerazione del fatto che alcuni
programmi (come Autocad e simili) erano versioni risalenti al 2004 e al 2007, e non è
stata accertata la compatibilità con il software installato; infine, resta incerto se
la detenzione dei programmi fosse regolare, in virtù di una fattura di circa
30.000,00 euro avente ad oggetto il leasing delle fotocopiatrici.
Con un secondo ordine di motivi deduce la violazione di legge sostanziale,
avendo la sentenza impugnata affermato la responsabilità penale con riferimento
a fatti commessi fino al 2009, e dunque condotte di detenzione penalmente
irrilevanti fino all’entrata in vigore del D.P.C.M. 23 febbraio 2009 n. 31, anche
alla luce della sentenza del 08/11/2007 della Corte di Giustizia UE in causa
Schwibbert.
Infine, con un terzo motivo deduce violazione di legge sostanziale e vizio di
motivazione in relazione all’art. 68 I. 633 del 1941: il rinvenimento di un libro
(Compendio di istituzioni di diritto privato) interamente “scannerizzato”, oltre i
limiti consentiti, in assenza di individuazione dell’editore, non integra una
violazione dell’art. 68 cit., in quanto tale norma limita la propria operatività alle
sole copie cartacee; in assenza di prova di una duplicazione cartacea superiore al
15 %, dunque, mancherebbe la tipicità del reato

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Il primo motivo è inammissibile, in quanto, oltre a costituire mera
riproposizione dei motivi di appello, senza alcun confronto argomentativo con la
sentenza impugnata, è manifestamente infondato.

La sentenza impugnata, infatti, con motivazione difforme rispetto alla
sentenza di primo grado, circoscrive la condotta per la quale l’imputato è stato
condannato alla detenzione, a scopo commerciale, dei programmi per
elaboratore privi di licenza d’uso, ritenendo eccentrici i riferimenti all’attività di
duplicazione dei software.
Al riguardo, infatti, va ribadito che il reato di illecita importazione,
distribuzione, vendita, detenzione, concessione in locazione di programmi per
elaboratore ha ad oggetto esclusivamente programmi contenuti su supporti privi
del contrassegno Siae e non anche quelli abusivamente duplicati
(Sez. 3, n. 3402 del 13/11/2014, dep. 2015, Cottone, Rv. 262016; Sez. 3, n.
49385 del 22/10/2009, Bazzoli, Rv. 245717).
È pacifico, invero, che l’art. 171 bis, comma 1, I. 22 aprile 1941, n. 633,
prevede due distinte fattispecie di reato: da un lato, la abusiva duplicazione, per
trarne profitto, di programmi per elaboratore (prima ipotesi di reato) e, dall’altro
lato, l’importazione, distribuzione, vendita, detenzione a scopo commerciale e
imprenditoriale, concessione in locazione non già di programmi abusivamente
duplicati, ma esclusivamente di programmi contenuti in supporti non
contrassegnati dalla Siae (Sez. 3, n. 3402 del 13/11/2014, dep. 2015, Cottone).
In questo caso il legislatore, per i programmi per elaboratore, ha
volutamente utilizzato un criterio diverso da quello scelto per le opere musicali o
audiovisive dal successivo art. 171 ter, comma 1, L. cit., che punisce, da un lato,
l’abusiva duplicazione e riproduzione (lett. a e b) e, dall’altro lato, sia la
detenzione per la vendita di opere abusivamente duplicate o riprodotte (lett. c),
sia la detenzione per la vendita di opere prive del contrassegno Siae (lett. d).
Tale diversità di disciplina, si è aggiunto, corrisponde ad una consapevole
scelta del legislatore, nel differente trattamento sanzionatorio di ipotesi aventi ad
oggetto opere dell’ingegno diverse.
Ebbene, conformemente alla contestazione elevata nell’imputazione in
relazione alla detenzione, al fine di profitto professionale, di programmi per
elaboratore privi di licenza d’uso e di un file di testo giuridico, la sentenza
impugnata ha affermato la responsabilità penale dell’imputato, con
apprezzamento di fatto che, in quanto privo di contraddittorietà o di illogicità,
tanto meno manifesta, è insuscettibile di sindacato in sede di legittimità.
Ciò che sollecita il ricorrente, infatti, è una sostanziale rivalutazione degli
elementi probatori, mediante proposizione di una versione alternativa, peraltro
esposta in termini del tutto ipotetici, che è esclusa in sede di legittimità.
La sentenza impugnata, infatti, ha congruamente ritenuto che la detenzione
per scopi commerciali dei programmi per elaboratore fosse integrata dalla
installazione dei software privi di licenza d’uso sul computer detenuto

nell’eliografia dell’imputato, che esercita imprenditorialmente l’attività di
fotocopisteria, commercio di cancelleria, materiale informatico e di stampa.
Tali elementi sono stati ritenuti univocamente indizianti la destinazione dei
programmi a scopo commerciale, in assenza di prova di un  soltanto asserito (e
francamente inverosimile) uso personale.
Al riguardo, infatti,” poiché il ricorrente svolgeva professionalmente l’attività
di assistenza anche in campo informatico, la finalità di commercio o d’impresa
non deve essere valutata esclusivamente con riguardo alla vendita diretta dei
programmi per elaboratore, ma anche alla installazione dei medesimi sugli
apparecchi e, più in generale, alla loro utilizzazione in favore dei clienti”. Sul
piano puramente logico, infatti, è evidente che “l’installazione sui personal
computer dei c.d. “pacchetti software” duplicati dagli originali comporta per
l’acquirente o per il cliente il vantaggio di non dover acquistare detto software,
compreso il sistema operativo prescelto, con un risparmio non modesto di
denaro che si riverbera in una violazione del diritto d’autore e in un danno
economico per il produttore del software coperto da brevetto”.
Contemporaneamente, tale condotta comporta un vantaggio per il centro di
commercializzazione e assistenza, che può consegnare i propri prodotti
funzionanti a un prezzo più contenuto e, in più, essendo titolare unico del
software poi masterizzato, rimane il riferimento indispensabile del cliente in
presenza di qualsiasi difficoltà tecnica (Sez. 3, n. 6988 del 09/01/2014, Scotto,
Rv. 258933).
Del resto, la deduzione relativa all’asserito uso personale dei software
rinvenuti, programmi di alta specializzazione e molto costosi, risulta smentita
proprio dallo stesso imputato, sia in sede di processo, sia in sede di ricorso,
atteso che, nel tentativo di dimostrare che i programmi fossero stati
regolarmente acquistati, e quindi fossero legittimamente detenuti, ha prodotto
delle fatture di acquisto di software, ed una fattura di leasing: ebbene, la
sentenza impugnata, nel rilevare che le fatture di acquisto e la fattura di leasing
concernevano programmi diversi da quelli in contestazione, ha escluso la
legittimità della detenzione; tuttavia, la deduzione difensiva alla stregua della
quale i programmi per elaboratore erano detenuti in leasing, risulta logicamente
contraddittoria con la versione dell’uso personale, dovendo, nella prima ipotesi,
essere stati necessariamente acquisiti per scopi commerciali, non già per uso
personale.
Evidentemente irrilevante la deduzione relativa alla versione non aggiornata
dei software rinvenuti, che, oltre a non essere provata, e ad integrare un motivo
di merito, inammissibile in sede di legittimità, è obliterata dalla considerazione
secondo la quale il reato concerne la detenzione a scopi commerciali di

programmi per elaboratore privi di licenza d’uso, a prescindere dalla versione
(più o meno aggiornata) del software; che non si trattasse, infine, di programmi
‘scaricati’ in maniera incompleta da intemet è stato, poi, chiarito dalla sentenza
impugnata, che, sulla base dei chiarimenti offerti dal consulente tecnico escusso,
ha evidenziato come i programmi rinvenuti fossero altamente professionali e
specialistici, diversi da quelli reperibili in rete.

Il secondo motivo è manifestamente infondato, atteso che la condotta di
detenzione abusiva è stata accertata il 29 ottobre 2009, in epoca successiva
all’entrata in vigore del D.P.C.M. 23 febbraio 2009 n. 31, emanato
successivamente alla sentenza del 08/11/2007 della Corte di Giustizia UE in
causa Schwibbert, in adempimento degli obblighi dello Stato italiano.
Evidentemente irrilevante appare la deduzione secondo la quale i programmi
installati fossero detenuti in versioni anteriori al 2009; anche in tal caso, a
prescindere dalla sostanziale richiesta di rivalutazione delle prove, inammissibile
in sede di legittimità, sotto il profilo della logicità della sentenza impugnata –
unica dimensione nella quale può essere valutata la deduzione in questa sede -,
va evidenziato che la condotta di detenzione abusiva è successiva al febbraio
2009, essendo soltanto l’oggetto materiale (in ipotesi, non provata) precedente.
Il terzo motivo è infondato.
Invero, dalla sentenza impugnata e dal ricorso – unici parametri di verifica
del giudizio di legittimità – emerge che sul computer rinvenuto nell’eliografia era
detenuta la copia dell’intero testo di un “Compendio di diritto privato”.
Al riguardo, giova premettere che la condotta, contestata in fatto nel corpo
dell’imputazione, va qualificata in termini di detenzione abusiva di opere o parti
di opere scientifiche, di cui all’art. 171 ter, lett. b) e c), I. 633 del 1941, non
trattandosi di un programma per elaboratore: nel caso in esame, infatti, viene in
rilievo la detenzione per la vendita (lett. c) “di opere o parti di opere (…)
scientifiche o didattiche” (lett. b).
Non rileva, invece, la norma invocata dal ricorrente, di cui all’art. 68 I. 633
del 1941 (nella riformulazione disposta con l’art. 2 I. 248 del 2000 e con l’art. 9
d.lgs. 68 del 2003), che delimita i confini di liceità della riproduzione delle opere
letterarie: al riguardo, infatti, il comma 1 sancisce che “E’ libera la riproduzione
di singole opere o brani di opere per uso personale dei lettori, fatta a mano o con
mezzi di riproduzione non idonei a spaccio o diffusione dell’opera nel pubblico“; comma 3 recita: “Fermo restando il divieto di riproduzione di spartiti e partiture
musicali, è consentita, nei limiti del quindici per cento di ciascun volume o
fascicolo di periodico, escluse le pagine di pubblicità, la riproduzione per uso

personale di opere dell’ingegno effettuata mediante fotocopia, xerocopia o
sistema analogo”; infine, il comma 6 prevede che “E’ vietato lo spaccio al
pubblico delle copie di cui ai commi precedenti e, in genere, ogni utilizzazione in
concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all’autore”.
Al riguardo, la doglianza proposta dal ricorrente appare infondata, in quanto,
esclusa la riproduzione dell’opera giuridica per uso personale, in ragione degli
indici fattuali già evidenziati dalla Corte territoriale (detenzione nel computer
aziendale, pertinenza dell’opera con l’attività imprenditoriale esercitata,
consistente, principalmente, proprio nella fotocopiatura), non rileva l’eventuale
superamento del limite del 15 °h della riproduzione, in quanto non destinata ad
uso personale.
L’opera scientifica o didattica era interamente riprodotta nel computer, ed
era evidentemente destinata alla riproduzione, a fini commerciali, al pubblico che
avesse richiesto la copia del testo, in violazione dei diritti patrimoniali d’autore;
e, a tal fine, trattandosi di copia di un testo giuridico pubblicato (e perciò tutelato
dal diritto d’autore), non rileva l’identificazione dell’autore o dell’editore, bensì la
sola indebita utilizzazione.
Dunque, la condotta non può rientrare tra le ipotesi disciplinate dall’art. 68,
comma 3, in quanto la riproduzione non era destinata ad uso personale, e,
comunque, aveva ad oggetto la copia integrale dell’opera, in violazione del limite
del 15 %.
Né viene in rilievo il comma 4 dell’art. 68, che, nel prevedere che “I
responsabili dei punti o centri di riproduzione, í quali utilizzino nel proprio ambito
o mettano a disposizione di terzi, anche gratuitamente, apparecchi per fotocopia,
xerocopia o analogo sistema di riproduzione, devono corrispondere un compenso
agli autori ed agli editori delle opere dell’ingegno pubblicate per le stampe che,
mediante tali apparecchi, vengono riprodotte per gli usi previsti nel comma 3
(…)”, disciplina la diversa ipotesi in cui la copisteria metta a disposizione, anche
gratuita, gli apparecchi per la riproduzione delle opere ai clienti: tale
disposizione, infatti, oltre ad obbligare il responsabile del centro di riproduzione
(le c.d. copisterie) a corrispondere un compenso alla SIAE, consente la
riproduzione, purchè nei limiti del 15 % del volume e per uso personale
(Sez. 3, n. 126 del 19/11/2008, dep. 2009, D’Angelo, Rv. 242259: “La
riproduzione di singole opere o brani di opere dell’ingegno effettuata mediante
fotocopie, di cui all’art. 68 L. n. 633 del 1941 e successive modifiche, è
consentita solo se limitata al quindici per cento di ogni volume, se sia corrisposto
un compenso forfettario a favore degli aventi diritto e se effettuata per uso
personale”).

La condotta accertata, invece, rientra nell’ambito applicativo della norma di
chiusura dettata dal comma 6 dell’art. 68: “E’ vietato lo spaccio al pubblico delle
copie di cui ai commi precedenti e, in genere, ogni utilizzazione in concorrenza
con i diritti di utilizzazione economica spettanti all’autore”. Nel caso in esame, la
detenzione del file contenente la copia analogica dell’opera didattica all’interno
del computer aziendale, ubicato nei locali della copisteria, era evidentemente
destinata alla riproduzione, mediante stampa, dell’opera, a richiesta dei clienti
che intendessero acquistare una copia in violazione dei diritti patrimoniali
d’autore.
Appare, dunque, integrata la tipicità del reato di detenzione a fini di lucro di
opere didattiche abusivamente riprodotte (in quanto “scannerizzate” in
violazione dei diritti patrimoniali d’autore e del limite del 15 %) previsto dall’art.
171 bis, comma 1, lett. b) e c), I. 633 del 1941
(Sez. 3, n. 24277 del 11/05/2010, Garneri, Rv. 247792: “L’abusiva riproduzione
di opere letterarie tutelate dal diritto d’autore integra il reato previsto dall’art.
171 ter, comma primo, lett. b) L. 22 aprile 1941, n. 633, solo nel caso di uso
non personale ed in presenza del fine di profitto, configurandosi, in difetto,
l’illecito amministrativo contemplato dall’art. 68 della citata Legge. (Fattispecie di
sequestro probatorio eseguito all’interno di una copisteria di alcune fotocopie di
un libro che una cliente stava riproducendo per uso personale)”.
Le argomentazioni esposte assorbono altresì la doglianza del ricorrente
relativa alla pretesa limitazione dell’art. 68 alle sole “copie cartacee”; peraltro, se
la riproduzione mediante “scannerizzazione” rientra tra i mezzi individuati dal
comma 3 (“mediante fotocopia, xerocopia o sistema analogo”), nondimeno la
condotta penalmente rilevante consiste, come già evidenziato, nella detenzione a
fini di lucro dell’opera didattica abusivamente riprodotta, in quanto destinata alla
vendita delle copie cartacee.
5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma il 26/01/2016
Il Consigliere estensore

Il Presidente

 
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